Ritorno in emergenza a Penrhyn
È Giovedì 26 giugno, siamo partiti da Penrhyin in direzione Samoa da 3 ore, stiamo navigando con 20 nodi di vento al lasco quando improvvisamente il fiocco comincia a fileggiare. La barca è andata improvvisamente all’orza; è evidente che il timone non sta più governando, e che il problema non è di trasmissione dei comandi, ma della pala sott’acqua che non risponde. Ammainate le vele ci tuffiamo per verificare cosa sia successo e vediamo che la pala è ancora presente, ma non gira quando utilizziamo la ruota – l’asse che la collega all’interno della barca si è spezzato (scropriremo a causa di una progressiva corrosione).
Proviamo ad installare la pala del timone a vento, che si può utilizzare anche come timone di emergenza, ma l’onda che solleva violentemente la poppa della barca rende l’operazione per noi impossibile e, dopo 2 ore di tentativi, decidiamo di rinunciare e di chiedere aiuto. Sappiamo che oltre ad installare il timone di emergenza dovremo anche fissare al centro la pala del timone principale, operazione che non ci sentiamo in grado di fare con queste condizioni di mare. Sono le 16.30 e nel giro di poco più di un’ora sarà buio.
La connessione Starlink ci permette di mandare messaggi ed email in tempo reale, perciò contattiamo sia i nostri amici velisti rimasti a Penrhyn, sia Bob McDavitt, il “router” della cui consulenza ci avvaliamo per i passaggi più lunghi, il quale avvisa immediatamente la guardia costiera neozelandese. I nostri amici velisti creano subito un “comitato di crisi” e si attivano per trovare il modo più efficace per soccorerci. L’opzione che sembra concretizzarsi per prima, verso l’1.30 del mattino, è di mandare una chiatta, utilizzata dalle autorità di Penrhyn per il trasporto locale, a rimorchiarci. Questa possibilità viene quasi subito esclusa per la mancanza di benzina (la nave con i rifornimenti per l’isola passa ogni 3 o 4 mesi!) necessaria a percorrere la distanza che ci separa da Penrhyn, distanza che aumenta di un miglio ogni ora che passiamo alla deriva. Nonostante la colletta organizzata tra le le barche a vela alla fonda (75 litri), appare evidente che l’autonomia di questa chiatta non sarà sufficiente per completare il viaggio di andata e ritorno.
Nel frattempo la guardia costiera neozelandese, contattata da Bob, ci informa via email di non aver rilevato alcun cargo o altre barche in navigazione nel raggio di 100nm, invitandoci quindi a trovare una soluzione attraverso i nostri contatti con le barche rimaste a Penrhyn.
Alle 7 del mattino riceviamo un messaggio whatsapp dal “comitato di crisi”, organizzato da Rachael, che ci informa che sono partiti in cinque in nostro soccorso: Gary e Pat con il loro catamarano Earendil e con Alexis, Volker e Rachael a bordo. Il piano è di trasferire Alexis e Volker sulla nostra barca per aiutarci a trovare un modo di governare in emergenza o, in alternativa, per trainarci fino a Penrhyn. Trovarci non sarà difficile: la nostra posizione è aggiornata in tempo reale (ogni 10 minuti) e visibile su una pagina del nostro sito web grazie all’InReach Mini 2 che abbiamo installato qualche anno fa. Alle 14 scorgiamo in lontananza il catamarano di Gary e Pat che si sta avvicinando.


Appena saliti a bordo, Alexis e Volker ci rassicurano che in un modo o nell’altro torneremo insieme a Penrhyn; dopodichè si tuffano in acqua e, nonostante le iniziali difficoltà, riescono ad installare la pala del timone di emergenza. Ci sentiamo incapaci per non esserci riusciti il giorno prima con i nostri reiterati tentativi, ma siamo incredibilmente felici. Proviamo a partire utilizzando il timone appena installato, ma dopo pochi minuti appare evidente che la pala del timone principale, che si muove liberamente, non si allinea con il flusso dell’acqua, ma al contrario condiziona in maniera determinante – e casuale – la direzione della barca.
Alexis e Volker, entrambi free divers, si rituffano in acqua, Volker armato di elmetto da speleologo per proteggersi dai violenti movimenti verticali della poppa, ed Alexis che ne monitora i movimenti. Volker riesce al primo tentativo ad infilare la sagola – che avevano preparato in precedenza – nella pala del timone; ci passano le due cime che fissiamo in coperta per tenere il timone principale al centro, e il gioco – chiamamolo così… – è fatto!

Ripartiamo utilizzzando il timone di emergenza, che ora governa, e facendo turni di un’ora ciascuno alla barra. Dopo 40 miglia e 10 ore di navigazione (tanto eravamo andati alla deriva) arriviamo in vista della passe di Penrhyn; l’attraversiamo dopo aver atteso che il sole sia alto nel cielo e, driblando le teste di corallo all’interno della laguna, riusciamo ad ancorare davanti al paese di Te Tatua da cui eravamo partiti due giorni prima.

Durante il ritorno ci domandavamo cosa sarebbe successo una volta arrivati a Penrhyn – sulla carta era il posto peggiore dove trovarsi per una riparazione così importante come riattacare due monconi di acciaio di 5 cm di diametro. Tra l’altro, scopriamo quasi subito che sull’isola non c’è nessuno in grado di saldare l’acciaio inox! Detto ciò, parte immediatamente una gara di solidarietà che vede coinvolti sia i velisti sia i residenti, tutti alla ricerca dei mezzi necessari per permetterci di ripartire.
La prima operazione da attuare è sfilare il timone senza allagare la barca. Per fare questo con un certo agio bisogna sollevare la poppa di circa 20 cm. Larry, uno dei velisti che sono vicino a noi alla fonda, mette a disposizione due palloni che fissa sotto la poppa e gonfia sott’acqua con un suo speciale erogatore e una delle nostre bombole da sub. Con la poppa sollevata è adesso facile, con l’attrezzatura da sub, disinstallare il timone e portarlo a terra.

Con il “comitato di crisi”, che nel frattempo è diventato un “project team”, cominciamo ad analizzare varie ipotesi su come riparare temporanemaente il timone per metterci in grado di raggiungere le Fiji, il luogo più vicino dove mettere la barca a secco e far rifare l’asse, a circa 1500 miglia di distanza.
Fortunatamente e contrariamente alle nostre convinzioni, l’interno dell’asse risulta essere cavo; questo ci semplifica notevolmente le operazioni! Decidiamo di realizzare un manicotto utilizzando un pezzo di tubo pieno, ricavato dalla barra di emergenza del catamarano di Gary e Pat, che rivestiamo con un tubo cavo trovato sull’isola. In questo modo otteniamo la sezione di manicotto quasi perfetta per collegare i due segmenti dell’asse! La vera svolta arriva quando scopriamo che uno dei residenti, Rex, ha un trapano a colonna che utilizza per forare le conchiglie e che è felice di mettere a disposizione. Riusciamo così a realizzare dei fori nell’acciao inox incredibilmente precisi per collegare i due monconi dell’asse attraverso bulloni passanti e spine filettate. A conclusione, Larry mette a disposizione della resina per rafforzare ulteriormente l’unione dei due pezzi di asse. A coronamento di questa incredibile prova di solidarietà, nei giorni dedicati alla riparazione, Rex e la sua famiglia, a cui ormai occupiamo permanentemente l’officina, ci rifocillano a colazione e pranzo con i loro manicaretti. È un’esprienza che non dimenticheremo mai.










Completate le operazioni di assemblaggio e rimontato il timone in barca, facciamo qualche giro di prova per verificare che funzioni tutto e, dopo solo una settimana dal nostro fortunoso rientro a Penrhyn, riusciamo a ripartire in direzione Fiji, via Samoa, con la speranza – ben fondata – che la riparazione del timone reggerà le 1500 miglia che ci attendono!
Ciao Ragazi! Bravissimiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii
Che avventura e che solidarietà avete trovato! Come siete stati fortunati nella sventura ad avere trovato degli amici cosi ingegnosi.
Ora avrete una storia da raccontare più e più volte e da conservare con cura nei vostri ricordi
Clara
Wow. I check in to see where you are every day and could not figure out why you “turned around” that day!! Safe travels, my friends!
Jan & Vin in Tampa