Penrhyn

Dopo aver salutato Alex e Tamara, diretti verso Maupihaa, l’ultima delle Society Island, abbiamo issato le vele in direzione di Penrhyn. Il viaggio è cominciato all’insegna dell’avventura; infatti, l’uscita dalla passe di Maupiti è stata forse la più temeraria nella nostra esperienza, con onde alte in ingresso che si frangevano contro la corrente in uscita. Ci siamo ritrovati in oceano aperto con un po’ di tachicardia!

Anche la traversata da Maupiti a Penrhyn, 580 nm verso NNO, è stata caratterizzata  in alcune sue parti da venti ed onde importanti. Dopo poco meno di 5 giorni di navigazione abbiamo finalmente attraversato la passe ovest dell’isola, dovendo raggiungere il paese di Omoka entro le 16:30, orario di chiusura degli uffici preposti alle pratiche di ingresso.

Appena attraversata la passe ovest di Penrhyn
Il villaggio di Omoka – all’ancora in attesa di ricevere i funzionari di immigrazione, dogana, biosicurezza e sanità pubblica

Penrhyn, Tongareva nella lingua locale, è l’isola più a nord e con la laguna più vasta dell’arcipelago delle Cook settentrionali. È nota per l’artigianato, con la produzione, nel suo genere unica, di cappelli, ventagli e gioielli realizzati con giovani foglie di cocco sbiancate e conchiglie. Inoltre, nelle sue acque, pare vi sia la maggiore concentrazione di squali dell’arcipelago; a questo proposito, abbiamo avuto modo di osservare come i locali considerino gli squali nutrice e pinna nera alla stregua di animali domestici, alimentandoli con gli scarti della pesca.

Il giorno successivo, completate le formalità di pagamento delle imposte per l’ingresso, siamo partiti da Omoka per dirigerci verso il villaggio di Te Tautua, dalla parte opposta dell’atollo, dove alcuni nostri amici velisti ci avevano consigliato di ormeggiare in quanto riparato dai venti prevalenti, ma soprattutto per la rara, squisita accoglienza da parte di alcuni membri delle poche famiglie che qui abitano.

Da Omoka a Te Tautua
Arrivo al villaggio di Te Tautua

Appena scesi a terra per perlustrare il villaggio, abbiamo incontrato una simpatica famiglia intenta a lavorare il cocco per produrre i famosi cappelli. Proseguendo in direzione della chiesa, ci è venuta incontro Api, la moglie del pastore il quale in quel periodo si trovava a Rarotonga, la capitale, per preparare la cerimonia per l’anniversario dell’indipedenza delle Isole Cook dall’Impero Britannico. Api, si è offerta di presentarci Kura, la matriarca della famiglia più numerosa del villaggio. Kura, ci ha accolto ccn un caloroso benvenuto, dimostrando un grande senso di ospitalità, all’altezza della sua reputazione; infatti, la sua casa è diventata, in un certo senso, lo “yacht club” sempre aperto e disponibile per i pochi velisti che si avventurano fino a queste latitudini.

Durante la cena di benvenuto da lei organizzata il giorno successivo, abbiamo fatto la conoscenza di Sylvan e Letitia, francesi, Larry e Kathy, hawaiani, Alexis, un navigatore solitario nato ad Atene e residente ad Antigua, Gary e Pat, americani, ed abbiamo reincontrato Volker e Rachael, la coppia tedesco/cinese conosciuta a Maupiti.

Cena di benvenuto
La pulitura del pesce – un’occasione di ritrovo pomeridiano per i velisti
Gli squali – trattati alla stregua di animali domestici – in attesa di ricevere gli avanzi della lavorazione del pesce

Considerando le difficoltà di approvigionamento di cibo, dipendente dall’arrivo di una nave ogni 3-4 mesi, siamo rimasti meravigliati dalla ricchezza e varietà delle pietanze offerte, in gran parte frutto della pesca, dell’allevamento di galline e maiali, e dei prodotti dell’orto di Kura.

La domenica abbiamo avuto occasione di partecipare alla messa di rito protestante celebrata dal diacono del villaggio, in cui il senso di spiritualità è espresso anche da canti corali intensamente partecipati.

La chiesa del villaggio di Te Tautua
Una delle passe a est di Penrhyn dove abbiamo fatto snorkeling facendoci trascinare dalla corrente

Negli otto giorni trascorsi nell’isola, abbiamo potuto approfondire la conoscenza degli altri velisti con i quali abbiamo fatto snorkeling, pescato sotto la guida dei locali ed apprezzato la sincera e rara ospitalità degli abitanti del villaggio. Inoltre, in diverse occasioni, abbiamo assistito alla produzione di oggetti di artigianato di grande bellezza creati utilizzando le fibre di cocco.

È stato un piacere riunirci nel tardo pomeriggio attorno alla famiglia di Kura intenta a lavorare le foglie di cocco; sarà un ricordo che rimarrà impresso indelebilmente nella nostra memoria
La manifattura dei cappelli è un’attività esclusivamente femminile
Contaminazioni culturali – Kura che mentre lavora è quasi sempre in videoconferenza con figlie e nipoti che abitano nella capitale Rarotonga
Una delle tante creazioni che utilizzano foglie di cocco e conchiglie (notare la madre perla al centro del cappello)
Te (è un nome proprio!) e Gemma – Te è uno degli artigiani che lavora le conchiglie creando oggetti di valore

Kura, in occasione della nostra partenza, ha organizzato una cena durante la quale ha regalato ad entrambi una bellissima collana fatta di conchiglie, tradizione che lei ha instaurato per tutti i velisti che si fermano al villaggio.

Gemma e Sergio indossano le collane donate da Kura

Giovedì 26 giugno, salutati tutti gli amici ed abbracciato Kura e la sua famiglia, siamo ripartiti alla volta di Samoa, 860 miglia in direzione ovest. Dopo 17 miglia è iniziata quella che è stata e (speriamo) per sempre ricorderemo come l’avventura più stressante di tutta la nostra esperienza velica.

Maupiti
Ritorno in emergenza a Penrhyn

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